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Culture Shock, la difficoltà del vivere all’estero

A chi parte
Gli esseri umani si spostano per necessità. Alcuni in cerca di una situazione migliore in cui prosperare, altri per il piacere della scoperta. In entrambi i casi, non è detto che le cose siano facili e l’incontro tra due culture a volte è un vero e proprio scontro. Lavorando come psicologo all’estero ho il privilegio di vedere cosa accade all’animale uomo quando si trova oltre i propri confini, sia fisici che mentali nelle varie fasi della trasferta. Il cambiamento può causare stress, frustrazione, dovuti all’incapacità di comprendere ed interpretare i valori e le espressioni della cultura di cui si è ospite. Questo breve articolo parla del Culture Shock, dell’uomo che per primo l’ha descritto nei tempi moderni e di chi lo ha vissuto in prima persona.

Una sera all’improvviso
Francesco è un giovane expat di stanza a Varsavia. Come molti si è trasferito per lavoro, è arrivato da qualche mese e gradualmente sta scoprendo questa nuova realtà. Fin dall’inizio è sbalordito, vive una sorta di luna di miele in cui è completamente abbagliato dalla città e dalle cose che offre. Questo senso di euforia va avanti per diversi mesi in cui Francesco vive a ritmo sostenuto, fino a quando di colpo le cose cambiano. Un sabato sera avverte una strana solitudine, improvvisa e sconosciuta. Si sente svuotato delle sue energie, spossato, inquieto. Decide di reagire e fa quello che avrebbe fatto a casa sua, al suo paese. Da buon Italiano bussa alla porta del suo coinquilino e gli propone di ordinare una pizza insieme. L’altro è d’accordo per cui… quale antidoto migliore alla solutudine e la nostalgia di casa se non una pizza in compagnia. Quando la consegna arriva Francesco prepara la tavola nella cucina e avvisa il suo commensale che la cena è pronta. L’altro, come se nulla fosse arriva, prende un piatto, taglia la sua metà, saluta e si richiude in camera. Francesco, resta immobile qualche secondo di fronte a quella mezza pizza che amplifica il silenzio e la sua solitudine. Non si aspettava una reazione del genere: “al suo paese non si mangia da soli…”. Francesco ha avuto un piccolissimo assaggio di quello che viene definito culture shock. La cultura, intesa come sistema di credenze, comportamenti, tradizioni è ciò che plasma il modo in cui i membri di una popolazione interagiscono tra di loro. Chi vive nel luogo in cui è nato e cresciuto fa riferimento al sistema di valori condiviso dai membri del gruppo a cui appartiene. Lontani da casa invece, in un ambiente estraneo, siamo portatori di credenze che non solo non sono condivise, ma anche sconosciute a chi ci circonda. In alcune culture mangiare è condividere, per altre è semplicemente nutrirsi. Il momento appena descritto, apparentemente banale, evidenzia ciò che si può sperimentare a contatto con una cultura diversa. E’ una presa di coscienza delle differenze/conflitti tra i valori e le usanze che ci appartengono e quelle degli ospiti. L’esperienza del Culture Shock varia da persona a persona, da paese a paese. I sintomi provati possono essere ansia, confusione, rabbia, depressione, mancanza di casa ed ovviamente variano per intensità e durata.

Un po’ di storia

Ad Albany nell’Oregon, presso il Twin Oaks Memorial Gardens si trova una lapide minimale il cui epitaffio recita: “E’ stato un uomo onesto ed un devoto antropologo”. La sepoltura appartiene a Kalervo Odberg, l’uomo che ampliò la definizione di Culture Shock descrivendola per come la conosciamo oggi. Benchè troviamo tracce dell’argomento sin dall’epoca della Grecia classica, il termine compare di recente, nel 1951 quando venne utilizzato per descrivere l’esperienza di disorientamento provata dagli antropologi a contatto con nuove culture. Nel 1954 Odberg allargò il significato definendo le fasi di “up and down” in cui il Culture Shock si articola. Leggendo la sua biografia si capisce come il contatto con differenti culture influenzò profondamente il pensiero e l’opera di quest’uomo, laureato in economia e molto attento al peso che le differenze culturali giocano nella vita di chi si trasferisce da un luogo ad un altro. Di origine Finlandese, si trasferì in giovane età nella British Columbia, il primo di una lunga serie di spostamenti dovuto per lo più a motivi professionali. Nel 1954, in occasione di un incontro tenutosi in Rio de Janeiro pronuncia un discorso dal titolo, “Culture Shock and the problems of adjustment to new cultural environments”. Riferendosi ad una platea di expats apre con queste parole. “Vorrei fare alcune osservazioni riguardo lo shock culturale, una malattia della quale sono sicuro la maggior parte di noi ha sofferto in misura differente. Possiamo quasi chiamare lo shock culturale una malattia professionale di quelle persone che sono state trapiantate improvvisamente all’estero. Come la maggior parte delle malattie ha la sua eziologia sintomi e cure…”. Per lui era dunque una malattia professionale. A distanza di anni le sue parole restano attuali e sintetizzano il sentire di coloro che possono sperimentare delle difficoltà di adattamento quando immersi in una nuova cultura.

Caratteristiche

Vi sono degli elementi ricorrenti quando si parla di culture shock

  • Tensione dovuta allo sforzo richiesto per adattarsi psicologicamente
  • Senso di perdita e deprivazione riguardo ad amici, status sociale, professionale
  • Senso di rifiuto da parte dei membri della nuova cultura
  • Confusione di ruolo a confronto con le aspettative ed i valori del paese ospite
  • Sorpresa, ansia, indignazione e talvolta disgusto causato dalle differenze culturali
  • Sentimento di impotenza dovuto all’incapacità di adattarsi al nuovo ambiente

Nel processo di adattamento secondo il modello del culture shock vengono individuate quattro fasi

  • La luna di miele

In questa fase iniziale caratterizzata da gioia ed entusiasmo, la persona risponde al nuovo ambiente in maniera estremamente postiva. L’essersi trasferirsi in un certo luogo sembra la scelta migliore mai fatta. La novità, la cultura, la lingua, il cibo, tutto esercita una forte attrazione e come avviene nell’innamoramento si rischia di idealizzare, vedendo anche cose che in realtà non ci sono. E’ una fase che dura poche settimane, a volte qualche mese alla fine della quale tutta questa spinta verso il paese ospite perde di intensità.

  • La crisi

Quando l’entusiasmo iniziale smonta e si inizia a fare i conti con la realtà, la vita quotidiana può diventare particolarlmente frustrante. Si entra in contatto con una parte più profonda della nuova cultura, il lavoro, l’educazione, la burocrazia. Emergono problemi di comunicazione, e quell’ambiente che all’inizio sembrava fantastico può essere percepito come ostile. Quando si attraversa questa crisi, si tende a reagire emotivamente in presenza di situazioni stressanti.

  • L’ adattamento

Iniziano a diminuire i contrasti con la cultura ospite. L’esperienza accumulata nel nuovo paese ci permette di capire meglio come funzionano le cose, c’è una nuova consapevolezza del dove ci si trovi realmente. E’ la fase in cui si scopre antropologi: si osserva la nuova cultura con uno sguardo pù obettivo e meno ostile, si accettano le differenze che sembravano insormontabili. Si gettano le basi per un dialogo interculturale più reale e produttivo.

  • L’ accettazione

E’ il momento in cui ci si sente maggiormente a proprio agio nel paese ospite. Le differenze restano ma non costituiscono più un problema centrale come all’inizio. Non si diventa un locale, ma sicuramente avviene in grado diverso una sorta di integrazione con la cultura ospite. Il luogo in cui ci si trova viene percepito maggiormente come casa, vengono individuati dei punti di riferimento piu saldi, come luoghi, situazioni, persone e la permanenza in se non crea piu ansia.

Le tante facce dello shock

Le persone che hanno difficoltà di adattamento, presentano gli stessi sintomi che ritroviamo nell’ansia o nella depressione, sia fisiologici che cognitivi. Il culture shock ne aggiunge di nuovi e sorpendenti. Marco un expat che viveva con preoccupazione la sua trasferta all’estero, sviluppò una presunta “allucinazione sonora” che lo aveva destabilizzato e portato a fare numerosi controlli medici. I dottori riconducevano le cause della sua sintomatologia allo stress. Fu in quel momento che ci trovammo a discutere dei suoi sintomi.
Nei primi sei mesi circa di trasferta non aveva avuto alcun problema eccetto per una leggera ansia che lo accompagnava ogni giorno. Successivamente si rese conto del fatto che quando veniva a trovarsi in mezzo ad altre persone o in luoghi affollati aveva l’impressione che tutti stessero parlando la sua lingua, cosa quantomai improbabile. Captava dei suoni familiari ma quando si avvicinava ai parlanti scopriva che questi, assolutamente non parlavano italiano. Marco finiva ogni volta per provare sconforto, avrebbe avuto piacere nell’interloquire con persone del suo paese, ma non era possibile. Si sentiva ingannato dalle sue orecchie. E’ difficile dire in maniera scientifica cosa accadesse nel cervello di Marco in questi momenti. Quel che sappiamo è che siamo maggiormente recettivi nei confronti di pattern sensoriali simili a ciò che già conosciamo. Quando Marco riconosceva nella lingua parlata attorno a lui dei suoni familiari infatti si avvicinava per ascoltare meglio.
Dopo diversi incontri si rese conto di quanto gli mancasse casa e di come il trasferimento lo avesse messo a dura prova. Credeva che la sua età e le responsabilità avessero potuto proteggerlo. Aveva tagliato completamente fuori cose che appartenevano alla sua routine precedente non reputandole così importanti, finendo per isolarsi mentalmente da ciò che gli era familiare. Al contrario il suo sintomo gli indicava di quanto ancora avesse bisogno di certe cose. Non si aspettava di avere una reazione di questo tipo e gli fu chiaro come il suo “sentire l’Italiano” fosse frutto della sua imaginazione.
Decise di riportare nella sua vita piccole cose a cui aveva rinunciato, che appartenevano alla sua quotidiantà passata e ricercò il contatto di altri connazionali, rendendosi conto di quanto fino ad allora avesse quasi evitato la cosa per cercare di integrarsi meglio nel nuovo ambiente. L’ “allucinazione sonora” scomparve definitivamente. Migliorò molto, ed il suo processo di adattamento proseguì con dei risultati positivi. Lo spavento iniziale dovuto alla preoccupazione di avere un disturbo neurologico lasciò spazio alla consapevolezza del suo shock culturale. Si rese conto di quanti fattori sfuggono alla nostra sfera cosciente e come l’assenza degli elementi della nostra cultura, quella che ci identifica come persone ed in cui ci riconosciamo, per chi vive in un nuovo contesto possa rivelarsi insidiosa.