Contact to us

Metalhead, una storia Islandese

Il lutto irrisolto

In psicoterapia spesso ci si confronta con un tema agghiacciante, quello del lutto irrisolto. La scomparsa di una persona cara comporta quasi sempre momenti difficili. Il lutto è una perdita che va “metabolizzata” e richiede tempo. Quando avviene in circostanze straordinarie come un incidente, spesso le persone che restano non riescono ad accettare l’accaduto, perché sentono di avere una responsabilità o comunque di non aver fatto abbastanza per evitare il dramma. Allora il lutto si protrae nel tempo, a volte negli anni. Gli effetti distorcono la dimensione reale, si assiste ad un deragliamento della “vita come dovrebbe essere”. Vi è un congelamento delle emozioni, il senso di colpa e la disperazione per la perdita prevalgono, nei casi estremi impediscono di vivere appieno nuove esperienze. Non si va più avanti, come stretti in una morsa di ghiaccio. Il cinema quanto la narrativa ed altre arti, hanno il potere di raccontare storie, e quando la storia ci fornisce una soluzione, una via di fuga, il cinema diventa terapeutico. Le pellicole sul tema del lutto sono molteplici ed in alcuni casi estremamente valide. Il rischio di scioccare lo spettatore quando si tratta di raccontare un evento tragico è alto se le immagini utilizzate sono particolarmente crude, ma un buon regista limita allo stretto necessario il tempo dedicato alla tragedia concentrando le sue energie alla trama psicologica di chi vive il lutto. Nel 1980 Robert Redford firmava con Ordinary People il suo debutto nel mondo del cinema come regista affrontando egregiamente l’argomento. Metalhead (Malmhaus-2013) dell’Islandese Ragnar Bragason ha più l’impronta del cinema indipendente, e a suo modo racconta la storia di “persone ordinarie” in un setting completamente diverso, quello dell’Islanda rurale, dove il freddo, il buio e l’heavy metal creano un background decisamente meno soft.

Una storia ordinaria

Il setting è la campagna Islandese, dove la famiglia protagonista della vicenda conduce la propria esistenza coltivando il terreno ed allevando bestiame. Una sera di primavera la piccola Hera chiama a cena suo fratello Baldur in quel momento al lavoro sul trattore. Quando il mezzo sobbalza su di una pietra, il giovane cade dal sedile all’indietro finendo in pasto al ranghinatore che ribalta il fieno. La disperata corsa in ospedale non servirà a salvargli la vita. Durante il funerale in una piccola chiesa Hera fissa un dipinto raffigurante Cristo. La compostezza dei presenti e le voci del coro stridono fortemente con i sentimenti di rabbia della bambina che scappa via correndo. E’ una dichiarazione di guerra, nulla sarà più come prima per Hera. Durante una notte in lacrime, entra nella camera del fratello, vede Baldur: ha i capelli sciolti e la giacca di pelle e seduto imbraccia la sua chitarra. Nella penombra è facile riconoscere sulle pareti le icone dell’hard rock e dell’heavy metal. Hera abbraccia una nuova fede, quella del metallo pesante, una scelta che l’accompagnerà fino all’età adulta. Il film mette in luce tutte le difficoltà a cui la ragazza va incontro, l’incapacità di integrarsi con resto della società, di costruire relazioni stabili, di trovare e mantenere il proprio posto di lavoro. La vita di Hera è una vita contro. La rabbia prevale su tutto ed è un continuo devastare, sia sul piano psicologico che su quello materiale. Sul contorno, due genitori che non si sono mai riavuti da quel giorno in cui Baldur se ne è andato per sempre entrando in crisi sia come individui che come coppia. Ed il piccolo villaggio di cui Hera finisce per suscitare le ire: stanchi delle sue trovate, una volta accettate per via dello shock subito ma adesso ogni oltre limite, gli abitanti giocheranno un ruolo decisivo sul corso degli eventi.

L’era del metallo

Negli anni 80 e 90 il Malmhaus, Metalhead o Metallaro descritto da Ragnar Bragason era una creatura di tutti i giorni perfettamente integrata nella società. I metallari erano ovunque e a volte eravamo noi. Se Hera è una ragazza decisamente contro, non necessariamente tutti i metallari lo erano. Il panorama era estremo e vario, c’era posto per tutti, battaglieri, romantici, amanti del fantasy, della tecnologia, della musica classica, ognuno aveva il suo sottogenere. Se per la stampa altro non era che espressione del disagio, tra le fila dei metallari era possibile trovare persone animate da valori positivi e dell’amore viscerale per la musica. Il metallo portava con se un energia incredibile ed era capace di darne altrettanta a chi professava i suoi valori. Ma proprio perché c’era spazio per tutti il disagio si insediò subdolamente. E andava oltre il bere birra e fumare sigarette in una sala prove. Dalla Scandinavia soffiava un vento di distruzione, intriso di paganesimo, nazionalismo, violenza. Le chiese bruciavano e gli atti di vandalismo presto vennero emulati in ogni angolo di Europa. Se la maggior parte dei metalhead riusciva a prendere distanza dai contenuti delle liriche e dagli stati d’animo suscitati sapendo che comunque di solo musica si tratta, qualcun’ altro si era immedesimato in pieno con le storie narrate, fino a vestire i panni di una creatura del male. Dopo quasi trenta anni rimangono ricordi sbiaditi, del face-painting, delle croci rovesciate. Le band che riempivano gli stadi come headliners si esibiscono in piccoli club per appassionati e nostalgici. Qualcuno ha tagliato i capelli ed è finito davanti al giudice, qualcun’altro non è qui a raccontarlo finendo nei necrologi e nelle cronache di provincia. Ragnar Bragason parla anche di questo mettendo in luce come il metal in realtà è stata cosa di tutti, che anche un prete può ascoltare gli Iron Maiden e che sotto il facepainting si nasconde un performer, un artista, una persona normale.

Perchè vederlo

Metalhead non è una grande produzione ma una pellicola che fa la differenza perché narra una storia reale in maniera reale, lasciando un messaggio positivo. Senza tediare con patetici artifici, racconta un dramma a misura di una piccola comunità dove il diverso, l’outsider salta subito all’occhio perché niente è al di sopra delle righe e chi fa la differenza stona. La bottega, la fabbrica, la chiesetta, le stalle, un mondo da cui si vorrebbe scappare ma non si riesce nemmeno a prendere l’autobus che porta fuori città. Un film che ricorda quanto tutto il mondo è paese in barba alle latitudini, la stessa storia potrebbe essere stata ambientata nella campagna Neozelandese. A tratti il ritmo è lento, si fa fatica ad accettare le azioni di Hera che non riesce a chiedere aiuto continuando a peggiorare la propria situazione fino compiere via via gesti sempre più estremi. Anche il suo “amore per la musica” prende forma in maniera “brutale” quando registra il suo demotape in una stalla piena di mucche. Ragnar Bragason parla del lutto omaggiando il mondo del metal, citando band e liriche che hanno lasciato il segno nella storia del genere. Avrebbe potuto chiamare in causa nomi più commerciali ma ci lascia con la parte più rozza di esso, citando fatti spiacevoli di questo stesso mondo tristemente balzati alla cronaca. La parte migliore del film è quella della riconciliazione, del ghiaccio che si scioglie, quando tutti i protagonisti raggiungono quello che è uno degli obiettivi della psicoterapia, l’aumento della consapevolezza dell’accaduto. Successivamente vi è la ripresa del dialogo, vengono affrontati i traumi e finalmente si sceglie di vivere ancora. E’ un film che strizza inevitabilmente l’occhio a quelli che si sentono insofferenti nei confronti dell’ordine prestabilito, della religione, delle convenzioni, ma che allo stesso tempo cercano una forma di dialogo e alla fine ci riescono pure.

Trailer Metalhead