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This war of mine

This war of mine, la guerra non è un gioco

Varsavia è una moderna capitale europea. Rispetto ad altre città dell’est Europa è tanto moderna per una semplice ragione, durante la seconda guerra mondiale è stata rasa al suolo dall’esercito nazista e poco di quel che si vede nella città vecchia è “originale”. Quel che è accaduto a Varsavia ha avuto conseguenze ben precise sulla popolazione, la lezione di Hitler aveva un fine. Dal punto di vista psicologico oggi Varsavia è un “trigger” (stimolo sensoriale che può innescare i ricordi di un trauma) a cielo aperto, ogni zona può richiamare memorie più o meno atroci legate alla sua storia.

Dal massacro di Wola, avvenuto nella parte ovest dove della città dove vennero eliminate tra le 40 e le 50 mila persone, all’infamia di Praga, il quartiere ad est della Vistola, dove le truppe dell’armata rossa attesero che il Reich finisse la demolizione e l’eccidio senza intervenire in aiuto degli insorti. Stalin sapeva che sarebbe entrato in città. Meglio non trovare resistenze.

Speranzosi nell’aiuto sovietico e di altri paesi europei, una parte della popolazione scelse di combattere fino all’ultimo. Tra il 1 Agosto ed il 2 ottobre 1944 la città tentò di disfarsi dell’invasore. Un gesto disperato  finito con la resa. Ogni anno il 1 Agosto alle 17:00 una sirena ricorda “l’ora W” in cui tutto ebbe inizio e la città si ferma. In memoria della rivolta di Varsavia è stato edificato un museo dove è possibile vivere il ricordo della rivolta in maniera interattiva. Il museo si trova proprio nel quartiere di Wola.

Vivere sotto l’assedio

Di sicuro chi ha vissuto quei momenti sa bene cosa significa vivere un assedio. Tutt’oggi nel 2020 è possibile conoscere gli ormai anziani protagonisti di quel momento storico difficile, che ha modificato profondamente la mentalità di un intero popolo. Sebbene siano passati molti anni, le tappe del passato vengono ricordate attraverso manifestazioni solenni e varie ricorrenze. Cinema, letteratura, politica, eventi culturali guardano continuamente a quei momenti, tenendo viva la memoria storica.

Oggi la Polonia ha una posizione ambivalente, in Europa ma fuori dall’Euro-zona, da una parte progressista, moderna, proiettata verso il futuro, dall’altra attaccata al passato, conservatrice. Un paese dove nel 2020 la principale risorsa energetica resta il carbone, con pesanti conseguenze sulla salute dei propri abitanti, il governo cambia le regole sull’aborto in piena emergenza Covid-19 e diverse regioni della nazione si proclamano “Lgbt free”. Sembra il setting di un romanzo distopico. Invece è una delle descrizioni della Polonia odierna.

La rivoluzione in un videogioco

Eppure è tutto un fermento, non solo nella nella capitale. Potremmo raccontare la rivoluzione tramite la storia delle software house del videogioco. Cd Red Projekt nasce nell’anonimato di questo paese dell’ex blocco sovietico quando per trovare dei videogiochi si andava allo stadio nazionale. C’era il mercato e si potevano comprare beni “occidentali” sottobanco. Cd Red Projekt negli anni lavora a titoli come Baldur’s Gate, The Witcher e Cyberpunk 2077. Quando il primo ministro Donald Tusk regala una copia di The Witcher a Barak Obama, il presidente degli Usa afferma: “un grande esempio del posto della Polonia nella nuova economia globale”. 

E’ un mercato in grande espansione, in Polonia si concentrano compagnie che si occupano di geo-localizzazione e game testing. Ma Cd Projekt Red non è l’unica protagonista. La Polonia conta altre software houses nell’ambito videoludico che non stanno a guardare e producono lavori degni di nota.

Nel 2014 la casa indipendente 11 Bits Studio, rilascia This war of mine un titolo che si conquista una posizione di rispetto tanto nella storia del videogioco quanto in quella della Polonia. Benché siano in circolazione numerosi giochi in cui ci si può immergere in un conflitto 3D e vivere appieno l’esperienza bellica, 11 Bits Studio sforna un gioiellino dark in cui, non dei soldati ma dei civili, raccontano l’esperienza dell’assedio, in una veste grafica apparentemente a due dimensioni. E’ lotta per la sopravvivenza. Ai tempo girava voce che l’idea fosse dovuta al fatto che uno dei programmatori avesse vissuto in prima persona all’assedio di Sarajevo, personalmente non ebbi conferma alla notizia. La verità la scoprii molto più avanti.

La guerra come non si era mai vista

This war of mine è un gioco in cui la missione è prendersi cura di un piccolo gruppo di civili al riparo nel loro rifugio in una zona di guerra. Di giorno si sta in casa, si costruiscono e riparano utensili, si scava tra le macerie per rinvenire oggetti utili, si cucina, si mangia, ci si riposa. Di notte a turno si esce dall’abitazione si rovista in edifici abbandonati, case private, chiese, centri commerciali, cercando di portare a casa qualcosa di utile, utensili, parti elettriche e meccaniche,  legno, cibo.

Questo l’avevamo già visto in altri titoli è vero. Ma l’esperienza con This war of mine è completamente diversa.  L’orologio scandisce le giornate, fatte di silenzi, di attese, di pasti frugali. A volte ci si chiede anche quale sia lo scopo di tutto questo, ma poi è tutto chiaro. L’obiettivo è restare vivi e vedere la fine del conflitto. Più si va avanti più si capiscono i meccanismi, il risultato è tutt’altro che banale e scontato.

I giorni passano e le cose possono prendere una brutta piega. Il cibo scarseggia, l’inverno avanza, il clima in casa si fa teso e pesanti implicazioni morali possono influenzare la coscienza dei sopravvissuti. Servono medicine, cibo, legna da ardere, aspettare troppo potrebbe significare la morte di uno degli occupanti della casa. D’altra parte sottrarre dei beni a degli sconosciuti potrebbe determinare la loro fine.

La componente psicologica

Quando la notte scende, si esce per rovistare nelle case abbandonate. Si incontrano bande di persone pronte a freddarci con un colpo di pistola, ma anche gente indifesa, anziani, malati, ai quali è molto facile sottrarre cibo, medicine ed altri beni. In This war of mine le azioni hanno un peso sull’equilibrio psicologico dell’autore.

Sottrarre dei beni che garantiscono la sopravvivenza ad altre persone porta inquietudine, rimorsi, pensieri di morte, tra gli occupanti del rifugio, che rischiano di “perdersi” in una situazione fortemente stressante. La crew non si nutre di solo cibo, ma sigarette, un buon libro, della musica, le cose che scaldano l’anima, antidoti contro lo sconforto.

In guerra si possono compiere delle buone azioni, aiutare gli occupanti di un altro rifugio, donare cibo o scambiare altri beni. Avere la pancia piena sapendo che il cibo è stato sottratto ad una coppia di anziani ha il suo prezzo in This war of mine, basta giocarci alcune ore per scoprire quali.

La buona notizia

This war of mine è un esperienza videoludica che evidenzia alcune componenti umane emergenti in una situazione estrema. Giocarci non è solamente intrattenimento ma un modo di avvicinarsi ad un tema spinoso in maniera cosciente. Gli aspetti realistici della storia e le condizioni in cui ci si immerge suscitano empatia nei confronti dei protagonisti. Pur essendo un gioco di guerra il nemico non indossa una divisa, ma è l’insieme delle avversità che si devono affrontare.

This war of mine ha in se degli aspetti terapeutici, permette di effettuare una “esposizione” a quelli che sono gli elementi stressanti della zona di guerra vissuta da un civile. Quella dell’esposizione è una tecnica che viene utilizzata di frequente nel recupero del disturbo post traumatico da stress o nella terapia con i reduci di guerra. Questo gioco inoltre permette di conoscere i vissuti di chi viene da un conflitto bellico, di empatizzare, di informare.

Per questo ed altri motivi This war of mine in Polonia è entrato a fare parte della lista del materiale scolastico proposto agli studenti a causa delle sue implicazioni storiche, etiche e filosofiche. “La Polonia sarà il primo paese nel mondo ad inserire un videogioco nelle liste del ministero dell’educazione” sono le parole del primo ministro Mateusz Morawiecki. “Incorporando dei giochi nel sistema educativo, espanderemo la nostra immaginazione e porteremo qualcosa di nuovo nella nostra cultura”.